(USA 1982)
Genere: Fantascienza, Poliziesco
Regia: Ridley Scott

Fotografia: Jeff Cronenweth

Sceneggiatura: David Peoples, Hampton Fancher
Musiche: Vangelis

Cast: Harrison Ford, Sean Young, Rutger Hauer
Budget: 30 milioni di dollari

Blade runner cineforum san casciano

IL LIBRO
“MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE?”
Autore: Philip K. DICK

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Ecco le principali differenze tra il romanzo e l’adattamento cinematografico:

  • Ambientazione e Atmosfera: Il libro descrive una Terra desolata e radioattiva, coperta di polvere in seguito a una guerra nucleare (World War Terminus). Il film si concentra di più su un’estetica cyberpunk futuristica e piovosa.
  • Il Personaggio di Deckard: Nel libro, Rick Deckard è sposato con Iran ed è un uomo molto insicuro, ossessionato dal desiderio di possedere un animale vero per status sociale, possedendo inizialmente una pecora elettrica.
  • Jack Isidore vs. J.F. Sebastian: Il personaggio di J.F. Sebastian nel film è ispirato a Jack Isidore del libro, ma nel romanzo è un ingegnere di animali robotici dotato di maggiore autonomia, mentre nel film è un creatore di giocattoli
  • Mercerismo ed Empatia: Il romanzo esplora il “mercerismo”, una religione collettiva basata sull’empatia, e l’uso dell’Organo d’Umore (mood organ) per regolare le emozioni, elementi assenti o minimizzati nel film.
  • Animali Artificiali: Il libro dedica molta attenzione all’ossessione per gli animali reali, ormai estinti, e al ruolo degli animali artificiali nella società.
  • I Replicanti: Nel romanzo, gli androidi sono spesso visti come meno “umani” e più “strani” rispetto alla rappresentazione cinematografica, focalizzandosi maggiormente sulla loro mancanza di empatia.
  • Roy: Nel romanzo il personaggio è appena accennato, nel film invece ha un ruolo fondamentale, impreziosito dal monologo di Rutger Hauer.
  • Finale: Il finale del libro differisce notevolmente da quello del film, con un percorso diverso per il protagonista

LE PRINCIPALI VERSIONI DEL FILM

Workprint Version (113 minuti)

La versione di lavoro originale, proiettata nel 1982 a Denver e Dallas durante degli screening selezionati per il pubblico. L’accoglienza negativa spinse la produzione ad apportare delle modifiche, tra cui l’inserimento della voce fuori campo, dando vita alla cosiddetta “Domestic Cut”. Da sottolineare che la narrazione di Deckard era già presente in questa versione, ma interveniva solo alla fine, dopo la morte di Roy Batty.

San Diego Sneak Preview

Presentata a San Diego nel maggio 1982. Sostanzialmente si tratta della Workprint Version, con l’aggiunta di 3 inquadrature extra (che non sono presenti nelle altre versioni, compresa la Final Cut) e la voce fuori campo di Deckard.

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Domestic Cut (116 minuti) – 3 versioni

Quella conosciuta da tutti coloro che sono cresciuti negli anni ’80, caratterizzata dalla voce fuori campo di Deckard (registrata da Harrison Ford dopo la fine delle riprese). Un tocco di noir utilizzato principalmente per comprendere meglio il film e renderlo più accessibile al pubblico. Molto importante a livello narrativo è l’aggiunta di un lieto fine con la fuga di Deckard e Rachel (realizzata utilizzando del girato effettuato da Stanley Kubrick per Shining).

International Cut (117 minuti)

Una versione estesa della Domestic Cut, proiettata al di fuori del mercato americano e contenente più scene violente (come, ad esempio, quella in cui Roy si conficca un chiodo nel palmo della mano durante l’inseguimento a Deckard).

Broadcast Version (114 minuti) Versione realizzata nel 1986 per la TV americana, pesantemente tagliata per il passaggio sul piccolo schermo

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Director’s Cut (116 minuti)

Realizzata nel 1992, questa versione si avvicina più al film concepito da Ridley Scott. Supervisionata da Michael Arick, la Director’s Cut non è scandita dalla voce fuori campo di Deckard e non presenta il lieto fine inserito dopo lo scarso successo della Workprint Version. Sempre assenti, invece, le scene violente presenti nella International Cut. Questa versione contiene, inoltre, un momento fondamentale per la storia: il sogno di Deckard.

Il personaggio interpretato da Harrison Ford sogna un unicorno, questa scena, collegata all’origami a forma di unicorno che Gaff lascia nel suo appartamento, porta a pensare che Deckard sia in realtà un replicante e che i suoi sogni, i suoi ricordi, siano solo degli innesti mnemonici.

Questo film corregge inoltre un errore che tutte le altre versioni di Blade Runner avevano conservato: nei precedenti film si parlava di sei replicanti fuggiti dalle colonie extramondo, aggiungendo che solo uno di loro era stato catturato durante la visita alla Tyrell Corporation. Sono quattro, però, i replicanti che ci vengono presentati nel film. Un’incongruenza, dovuta al fatto che inizialmente la sceneggiatura prevedeva un altro membro del gruppo, Mary, la cui morte (naturale) era prevista durante lo svolgersi degli eventi. Il personaggio era stato eliminato durante la lavorazione ma la frase non era mai stata cambiata. A far quadrare i conti ci ha pensato la Director’s Cut, dove si parla di due replicanti morti e non di uno.

Final Cut (117 mimuti)

Realizzata nel 2007. La versione definitiva, l’unica che Ridley Scott ha curato con la più totale libertà artistica. Rispetto alla Director’s Cut, questa versione contiene le scene violente presenti nella International Cut. Sono inoltre state aggiunte/allungate alcune sequenze (come ad esempio il già citato sogno di Deckard, qui presente in versione estesa) apportate delle migliorie estetiche, ri-sincronizzate alcune voci, l’immagine e il suono sono stati restaurati digitalmente e rimasterizzati.

SCENEGGIATURA

Liberamente tratto dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick, la sceneggiatura di Hampton Fancher e David Webb Peoples è una sintesi di cinema riflessivo e spettacolare. Le tematiche esistenziali ed ecologiche sono il frutto delle prime bozze di Fancher. Dalle riscritture di Peoples, imposte dalla produzione, provengono invece la trama high concept e la commistione di generi.

L’esecuzione di bersagli, uno dopo l’altro, in una serie di duelli, da parte di un consumato cacciatore di taglie: sono tutti elementi western agghindati in chiave futuristica (Peoples scriverà negli anni Novanta le sceneggiature de “Gli spietati” di Clint Eastwood e “L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam).

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FOTOGRAFIA E MUSICA

In un gioco costante di luci e ombre, fumo e colori primari, il film forgia con cura un look quasi espressionista.

Il collegamento tra questo stile e il noir è tutt’altro che casuale. Molti elementi stilistici dell’Espressionismo tedesco erano emigrati verso il genere noir insieme a registi antinazisti trasferitisi a Hollywood ai tempi del Reich, in particolare Fritz Lang. E di fatti, il suo classico di fantascienza espressionista Metropolis (1927) è uno dei principali riferimenti visivi del film. In questo senso, Blade Runner è una sorta di ritorno a casa, o di cavallo di ritorno.

Le (straordinarie) musiche retro-futuristiche di Vangelis completano il quadro, fondendo blues e musica elettronica e incorporando melodie giapponesi e greche in una colonna sonora tipicamente hollywoodiana.

La luce al neon, usata estensivamente nel film, simboleggia sia la bellezza che la decadenza del mondo narrativo rappresentato. Queste, spesso in caratteri cinesi o in altri alfabeti, riflettono il melting pot culturale della città e aggiungono un senso di esotismo. Inoltre, il contrasto tra la luminosità vibrante dei neon e l’oscurità circostante enfatizza il tema della solitudine e dell’isolamento in un mondo sovrappopolato, facendo da specchio alla globalizzazione imperversante degli Anni ’80. 

RECENSIONE                                                                                                                                                                    L’inizio carriera del regista inglese Ridley Scott è fulminante. Prima “I duellanti”, poi “Alien” e a ruota “Blade Runner”. Pochi film meritano il titolo di “visionario” quanto quest’ultimo. Il film dipinge un futuro che lo hanno reso negli anni un classico imprescindibile.

Anno 2019. La Terra è sovrappopolata e afflitta da ogni tipo di inquinamento. Chi può fugge su altri pianeti, le cosiddette “colonie extra mondo”, in cerca di una vita migliore. Per soddisfare il bisogno di forza lavoro delle colonie, la Tyrell Corporation, la più potente multinazionale tecnologica del pianeta, fornisce “replicanti”: androidi biomeccanici e senzienti, virtualmente uguali agli esseri umani – anche per quanto riguarda le emozioni. Come meccanismo di sicurezza i replicanti sono dotati di ricordi artificiali e di un ciclo vitale di soli quattro anni.

Quattro di loro, guidati da Roy Batty (Rutger Hauer), fuggono a Los Angeles, per provare a farsi allungare il ciclo vita dal quartier generale della Tyrell. Rick Deckard (Harrison Ford), un ex “Blade Runner” – l’unità speciale incaricata di dare la caccia ai replicanti ribelli – viene quindi forzatamente richiamato in servizio. Il suo compito è quello di trovare e di consegnare i 4 fuggitivi. La strada si rivelerà irta di pericoli. L’incontro con Rachael (Sean Young) lo porterà a mettere in discussione la sua umanità, da ogni punto di vista.

Blade Runner fu mal accolto da pubblico e critica all’epoca della sua uscita.

Uno dei motivi del flop furono le modifiche apportata dai produttori per tentare di soddisfare gusti più mainstream. In particolare, la registrazione di voice over di Deckard (introdotte per ricapitolare i punti più sfuggenti della trama) e un finale troppo lieto che causò diverse incoerenze.
Sicuramente la versione di Ridley Scott era migliore. Ma come per ogni cult degno di questo nome, all’insuccesso seguì una lenta e viscerale rivalutazione. Nel 1991, Scott ebbe l’opportunità di lavorare a un primo director’s cut per ripristinare la sua visione di Blade Runner. Infine, nel 2007, dopo 25 anni di influenza sull’immaginario collettivo, arrivò un final cut del film. Scott ha raccontato di aver appeso la recensione di Kael sul muro del suo ufficio, dove rimane tuttora. Dopo tutto, il futuro è l’ultimo, definitivo critico.

Un altro aspetto fu il cattivo tempismo. Il pubblico era stufo degli scenari post-apocalittici anni Settanta e non ancora pronto a guardare a un futuro così pessimistico e al tempo stesso così profetico come quello tipico della fantascienza anni Novanta. Nel 1982, inoltre, Steven Spielberg realizzò E.T. l’extra-terrestre. Il film presentava un’idea di fantascienza molto più rassicurante – inaugurata da Guerre stellari (1977) – che finì con l’infrangere i record di incassi in tutto il mondo alla faccia dell’ardita concorrenza. Anche La cosa di John Carpenter faticò al botteghino per questo motivo.

Ma è proprio questo il punto. Nella maggior parte delle storie i personaggi principali vogliono salvare o governare il mondo. In Blade Runner, l’apocalisse è data per scontata, quasi sovrappensiero. È un fatto come un altro, un fastidio con cui tutti possono convivere, come la pioggia senza fine. Un vero e proprio personaggio del film.

Se i replicanti sono abbastanza avanzati da sviluppare emozioni, e i loro creatori umani si dimostrano nient’altro che freddi calcolatori, il risultato è inevitabile: ribellione, per quanto disperata o violenta. Si insinua, sotterranea, una corrente politica. Dopo tutto, i replicanti sono schiavi messi contro ai loro padroni (e la loro arena è un mondo da cui tutte le persone bianche ed abili sembrano essere fuggite da tempo). Più la loro ribellione diventa disperata, più assume toni titanici, in pieno stile Paradiso perduto di John Milton.

Blade Runner non è più fantascienza. È un thriller contemporaneo.

Schierandosi dalla parte dei replicanti ma raccontando la storia dal punto di vista umano, Blade Runner alza al massimo il tasso di ambiguità (il finale è in tal senso enigmatico più che mai). E di conseguenza raggiunge profondità inedite, nella consapevolezza che dubbi e domande sono molto più importanti per le storie che posizioni chiare e risposte chiuse.

Si pone il problema di chi sia veramente (ed effettivamente) umano. I desideri dei replicanti sono più umani dell’umano, per non dire troppo umani.

Diventa presto chiaro che sopravvivere non è sufficiente. Bisogna anche vivere una vita significativa. Ma se queste velleità di significato si rivelano fragili, forse la vera ricerca – per gli umani e per i replicanti – è quella di una pace interiore con cui riconciliarsi. Il monologo più famoso del film, pronunciato ancora una volta dall’uomo-macchina Roy Batty, dice tutto:

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi […] E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia… è tempo di morire.”

Il monologo di Batty è rivolto a Rick Deckard, il cacciatore di taglie che non condivide pienamente la crudeltà degli umani. E quindi, ovviamente, allo spettatore.
A rivedere il film oggi tutto sembra fatto oggi.
Non è un caso che Deckard si innamori di Rachel, una donna androide. La fusione dei loro corpi con il “love theme” (celestiale) di Vangelis sullo sfondo rendono il finale ambiguo, ma allo stesso tempo più chiaro.

IL MONOLOGO IMPROVVISATO DA RUTGER HAUER

SPIEGAZIONE DI UN FENOMENO ENTRATO NELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO
La scena del monologo di Hauer fu l’ultima sequenza di Blade Runner ad essere girata; quando venne terminata la troupe cinematografica applaudì e alcuni persino piansero, per la potenza del monologo in punto di morte combinata con il completamento delle riprese di un film che si era rivelato piuttosto laborioso da girare.  Il monologo è la traccia finale dell’album discografico della colonna sonora di Blade Runner di Vangelis.

Il testo del monologo fa riferimento al passato del replicante, durante la sua militanza nei corpi militari speciali extramondo, e il film non fornisce alcun elemento per capire cosa siano i “raggi B” o le “porte di Tannhäuser”, che pertanto sono lasciati all’immaginazione dello spettatore. Riguardo ai “bastioni di Orione”, l’espressione originale inglese è “the shoulder of Orion” (“la spalla di Orione”), che è il modo in cui viene talvolta chiamata la stella Betelgeuse (α Orionis). L’espressione «c-beams» (“raggi C”) fu tradotta in italiano come “raggi B” per esigenze di doppiaggio.

In ogni caso è chiaro che Batty sta ricordando la sua partecipazione a eventi spettacolari e si rammarica per il fatto che quelle memorie svaniranno insieme a lui, sottolineando come i replicanti abbiano effettivamente sviluppato tratti prettamente umani, accanto alle loro capacità artificiali. La commossa evocazione di memorie, esperienze e passioni che hanno caratterizzato la sua breve vita, evidenzia il lato “umano” del replicante.

La vita di Roy si chiude con un atto di pietà e compassione nei confronti di Deckard, nonostante egli abbia assassinato numerosi replicanti, atto che innalza moralmente Roy al di sopra delle istituzioni commerciali che lo vorrebbero vedere morto. In questo preciso istante il film sembra suggerire che nel replicante, capace di vedere sé stesso negli occhi dell’altro, rimanga posto per qualcosa di umano, che si manifesta persino attraverso un momento poetico (la similitudine delle “lacrime nella pioggia”).

MONOLOGO (TRADOTTO IN ITALIANO):
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:

navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.»

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