(USA, Messico 2021)
Genere: Noir
Regia: Guillermo DEL TORO
Fotografia: Dan LAUTSSEN
Sceneggiatura: Kim MORGAN, Guillermo DEL TORO
Cast: Bradley COOPER, Toni COLLETTE, Cate BLANCHETT, Rooney MARA, Ron PERLMAN, Willem DAFOE, David STRATHAIRN, Richard JENKINS
Budget: 60 milioni di euro

IL LIBRO
Autore: William Lindsay Gresham
L’autore William Lindsay Gresham (1909-1962) ebbe una vita instabile e afflitta da malattie, dipendenze, fallimenti matrimoniali, tentati suicidi. Volontario repubblicano nella Guerra civile spagnola. Fu attratto dall’occultismo e dal variopinto ambiente dei carnival, i luna park itineranti americani. Su di essi scrisse questo romanzo, e inoltre il saggio Monster Midway (1954), accompagnato da Houdini (1959) sul grande mago. Da Nightmare Alley il regista Guillermo del Toro ha girato un film omonimo. Un precedente uscì nel 1947 con il titolo La fiera delle illusioni e un finale parecchio addolcito.

I vari capitoli del romanzo sono come carte dei tarocchi, ognuna delle quali ha un significato che il lettore deve trovare.
Prima edizione: 1946
Edito in Italia da Sellerio nel giugno 2021
VERSIONI ALTERNATIVE DEL FILM
Dal 14 gennaio 2022 è disponibile la versione in bianco e nero del film, intitolata Nightmare Alley: Vision in Darkness and Light. A proposito di questa iniziativa, Guillermo del Toro ha spiegato di aver iniziato a pensarci durante il lockdown pandemico quando, riguardando uno dei primi incontro tra Bradley Cooper e Cate Blanchett, valutò che sarebbe stato perfetto senza colori. Da quel momento ha proseguito con la realizzazione del film lavorando direttamente alla versione in b/n.
L’INFLUENZA DI FEDERICO FELLINI E DEL FILM “LA STRADA”
Il personaggio di Stan/Bradley Cooper insegue la brutalità di Zampanò (Anthony Quinn) del film di Fellini. Il personaggio di Molly (Rooney Mara) incarna l’innocenza e l’ingenuità tipiche di Gelsomina (Giulietta Masina). Il giubbotto indossato da Bruno (Ron Perlman) ricorda molto quello indossato da Zampanò nel film di Fellini. L’ambientazione del film, il luna park ambulante ricalca l’atmosfera del film italiano del 1954.

GUILLERMO DEL TORO
La vita privata del regista messicano classe 1964 si distingue per un insieme di esperienze forti che hanno colpito la sua famiglia. Da giovane studia all’Instituto de Ciencias a Guadalajara, sotto l’influenza dell’educazione cattolica della nonna che lo aveva con sé fin da piccolo. La passione per il cinema nasce fin da subito, all’età di 8 anni è già affascinato dal mondo visionario dei film fantasy e dei cartoni animati. Prima di esordire dietro alla macchina da presa, si specializza come disegnatore di make-up e forma la compagnia Necropia nei primi anni Ottanta, oltre che il Guadalajara Mexican Film Festival. Più tardi nella sua carriera forma la compagnia di produzione Tequila Gang ma l’avvenimento più importante e doloroso è il rapimento del padre in Messico che costringe Del Toro ad espatriare negli States.

L’amore per l’horror
Nel 1993 scrive e dirige il suo primo lungometraggio, Cronos, vincitore della Camera d’Or a Cannes e di numerosi altri premi in Messico e in vari festival internazionali del cinema fantastico. Il favore del pubblico e della critica lo porta a farsi notare a Hollywood dove è chiamato nel 1997 per girare il suo secondo film, Mimic, omaggio ai classici B-Movies, con Giancarlo Giannini e Mira Sorvino coinvolti in una sorta di rivisitazione di Alien. Nel 2001 è la volta de La spina del diavolo che segna il ritorno alla collaborazione con ottimi attori di origine messicana; il film è un horror abbastanza convenzionale ma graficamente innovativo, incentrato sullo sguardo dei bambini sul mondo esterno, fantasmi e misteri sullo sfondo della seconda guerra mondiale. Si fa affascinare dalle possibilità finanziarie offerte da Hollywood, le sfrutta in maniera originale per realizzare Blade II, avveniristico seguito del Blade firmato Stephen Norrington. Molti effetti speciali, ironia e forza visionaria caratterizzano la pellicola rendendo un film apparentemente privo di profondità psicologica un racconto fantasy ammantato dalla mano di un autore.
Cinema tratto dai fumetti e una metafora fantasy per parlare del mondo
Sempre tratto da un fumetto come il precedente Blade II, anche Hellboy (2004) trae ispirazione dalla saga creata da Mike Mignola. In questo caso il tocco del regista si sente meno, la sceneggiatura è molto simile ai fumetti d’origine, i dialoghi non lasciano il segno. Quello che distingue il film da molti action movie simili, è la passione con la quale Del Toro gira le scene, l’amore per l’armonia delle forme e il desiderio di andare oltre la realtà, sconfinare nella fantasia più lontana per trarre spunto per la creazione di maschere nuove e mai viste prima d’ora al cinema (l’attore Ron Perlman è straordinario nel vestire i panni diabolici del gigante protagonista). Con Il labirinto del fauno il regista ritorna a parlare di bambini, in questo caso della giovane Ofelia, inconsapevole di essere una principessa di un regno che dovrà raggiungere attraverso il superamento di tre prove. Ad aiutarla nell’impresa ci sarà un fauno, simbolo di qualcosa di inquietante che ha molto a che vedere con il contesto storico della narrazione, ovvero la Spagna franchista del 1944.
Altri supereroi e un hobbit fornito da Peter Jackson
Nel 2008 riprende in mano le avventure di Hellboy e firma il seguito Hellboy – The Golden Army, stavolta liberandosi dalle insidie di una trasposizione sullo schermo di un fumetto troppo semplicistico e trovando una vena di originalità e brillantezza soprattutto nel momento dello script. Servito di nuovo dalla bravura di Selma Blair e Ron Perlman, la pellicola conferma ancora una volta la bravura di questo artista visionario, legato indissolubilmente all’horror, al poliziesco e all’action movie, un mix di generi che rimodella per creare qualcosa di nuovo e sorprendente. E il talento si vede anche dalle amicizie che frequenta, tra le quali spicca Peter Jackson che ha deciso di scritturarlo come direttore dei lavori di The Hobbit, il capitolo precedente alla saga de Il signore degli anelli. E per restare in tema di fantasy, Del Toro realizza anche Doctor Strange, tratto dall’omonimo fumetto di Stan Lee, riproponendo quindi altre avventure all’insegna di poteri straordinari e surreali.
Il 2017 realizza La forma dell’acqua, film vincitore del Leone d’Oro a Venezia e del Golden Globe per la miglior regia.
Nel 2022 arrivano due nuovi film del regista: La fiera delle illusioni e il suo personale Pinocchio, che si aggiudica il premio Oscar come miglior film d’animazione.
L’anno scorso per Netflix ha presentato Frankenstein alla Mostra del Cinema di Venezia 2025.
FILMOGRAFIA:
- Cronos (1992)
- Mimic (1997)
- La spina del diavolo (El espinazo del diablo, 2001)
- Blade II (2002)
- Hellboy (2004)
- Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno, 2006)
- Hellboy: The Golden Army (Hellboy II: The Golden Army, 2008)
- Pacific Rim (2013)
- Crimson Peak (2015)
- La forma dell’acqua (2017)
- La fiera delle illusioni – Nightmare Alley (2021)
- Pinocchio (2022)
- Frankenstein (2025)

RECENSIONE di Tommaso Alvisi
Il 17 giugno 2021 l’editore Sellerio pubblicò in Italia il romanzo maledetto di William Lindsey Gresham, “Nightmare Alley”. Il libro originale fu pubblicato nel 1946. L’autore, William Lindsay Gresham, prese spunto da un caso vero, appreso durante la Guerra civile spagnola dove aveva combattuto da repubblicano contro i franchisti. L’attore Ron Perlman regalò il libro a Guillermo Del Toro. Solo il regista messicano poteva farne un film. Durante la sua esperienza bellica, Gresham aveva appreso dell’esistenza del Geek (il mangiabestie): ovvero un uomo costretto, dalla miseria materiale e morale, a esibirsi nelle fiere di paese come divoratore di animali vivi.
Del Toro insiste molto sulla domanda “è un uomo o una bestia?”, riuscendo come solo lui sa fare a rivelare durante la narrazione chi è il vero Geek della storia. Ne “La forma dell’acqua” il vero essere mostruoso era il personaggio di Michael Shannon non il mostro marino. Eppure all’inizio sembrava il contrario.
Qui è il protagonista, Stan, interpretato da Bradley Cooper. Gresham rimase turbato e ne plasmò una storia eccezionale che alla gente faceva paura.
Come la pensava si capisce subito in questo libro: c’è il tipico disincanto sarcastico, tipico del marxismo, verso ogni forma di autorità costituita, di rispettabilità borghese, di imbonimento socialriformista. Un libro attualissimo che sembra scritto in questi giorni. Questo piccolo assaggio ci dice quanto Gresham fosse contemporaneo. “È un inferno di mondo. I pochi che stanno ai vertici si spazzolano tutto. Per avere la tua parte, devi soffiargliene un po’. E appena si rigirano, quei bastardi ti spaccano i denti per aver fatto quel che fanno loro. […] Un giorno la gente si farà furba e darà di matto, tutto in una volta. Da soli non si ottiene niente a sto’ mondo”.
Oggi siamo tutti connessi e collegati, ma la gente vede solo il suo. Questo alimenta la guerra tra poveri che tanto piace ai potenti per far perdere la forza che il popolo unito avrebbe. I politici sono abili illusionisti che, con la loro narrazione non sempre corrispondente alla realtà, provano a rassicurarci, a venderci facili ricette. Poi col tempo scopriamo che le cose spesso non sono andate a quel modo. Ha ragione Del Toro: la società è una gigantesca fiera delle illusioni, un “luna park umano” dove le persone devono imparare a scovare gli inganni e ad agire di conseguenza per farsi strada. Tyrone Power, attore che interpretò Stan nel film “La fiera delle illusioni” del 1947, condivideva le idee di Gresham ed era un militante dell’estrema sinistra americana. Sua figlia è Romina Power, cantante compagna di Albano, che ha un piccolo ruolo nel film di Del Toro.
Proprio Tyrone convinse la 20th Century Fox a farne un film. Lo studio non era convinto, sembrava una storia troppo forte. Ammorbidirono nettamente il finale con la solita consolazione di matrice hollywoodiana.
Stan Carlisle, il protagonista, capisce che, dietro questa macchina da illusioni che era il luna park anni Quaranta, c’era un trucco, un inganno. Capisce che chi padroneggia le paure degli altri, domina. Soprattutto quando intorno a lui c’è una folla di “polli e gonzi, disperati, privilegiati o morti di fame, desiderosi soltanto di essere illusi”. Infatti Gresham presenta ogni capitolo come Terrence Malick in “Knight of Cups”: un capitolo rappresenta una carta dei tarocchi. Perché il regista è come un illusionista che, con trucchi vari, cerca di attrarre il pubblico dalla sua parte. Del Toro però non è Stan, perché il regista messicano è da sempre piuttosto sincero e anche qui ci dice la sua opinione. Il libro ci presenta la preparazione, la paura, il lato oscuro, l’ambizione. I temi di Nightmare Alley sono ancora oggi contemporanei: l’arrivismo, il controllo delle paure degli altri, l’ambizione, l’ossessione di un personaggio faustiano come quella del protagonista.
Nel frattempo la 20th Century Fox è stata inglobata nella Disney. Quel genio di Guillermo Del Toro, dopo il successo de “La forma dell’acqua”, ha creduto parecchio in una storia dark come quella di Nightmare alley. Questo film è un “The prestige” molto più morale rispetto al film di Christopher Nolan. Tuttavia è improprio parlare di remake: Del Toro ama mostrare le falle, i difetti, il marcio, le storture. Lo si vede dalla qualità delle immagini, dal cast assemblato, dalla continuità dei temi con i film precedenti del regista messicano. Sembra più un riuscito mix tra La spina del diavolo, Il labirinto del fauno, Creamson Peak e La forma dell’acqua. Il direttore della fotografia d’altronde è sempre il danese Dan Laustsen.
Tant’è che è stato girato in due versioni: a colori e in bianco e nero. “Ha una regia artistica con molti rossi, verdi e oro, tutti danno i toni medi del grigio. Quindi era quasi come un film in bianco e nero ma a colori. Come una serigrafia. Immagina di stampare lo strato di inchiostro per il bianco e nero e poi sopra stampi lo strato a colori”- ha riferito Del Toro alla stampa. Probabilmente la versione in bianco e nero la vedremo solo con l’arrivo del dvd o blu ray.
Il Covid-19 ha costretto Del Toro a rinviare l’uscita di quasi un anno, imponendo sul set rigidi controlli. La lavorazione è stata lunga, interrotta più volte anche perché è stato girato a Toronto. Il Canada aveva norme diverse rispetto agli Stati Uniti. A peggiorare le cose i fitti impegni degli attori (inclusa la gravidanza di Rooney Mara) rischiavano di far saltare per aria il progetto. Del Toro non si è demoralizzato e si è preso del tempo per rivedere le cose. Ha ripreso i temi dei film precedenti e la critica al sogno americano. Tant’è che questa pellicola sembra una sorta di ideale prosecuzione de “La forma dell’acqua”, vista però da un’altra ottica. Se nel film precedente venivano esaltati gli scarti della società (la muta, l’omosessuale, il “mostro marino”), qui il tutto è filtrato dall’ottica dominante: quella di un uomo che ha sacrificato tutto pur di compiere la scalata sociale.
Ma c’è di più: il regista messicano si ispira a Tim Burton e a Federico Fellini. Questo film è un gigantesco omaggio a “La strada”. Bradley Cooper incarna la brutalità di Zampanò, Rooney Mara con la sua faccia da bambina incarna l’innocenza e l’ingenuità di Gelsomina (interpretata da Giulietta Masina), Ron Perlman indossa un cappotto identico a quello di Anthony Quinn/Zampanò. “Abbiamo cercato l’energia che Fellini infondeva nei suoi circhi e nelle sue fiere di paese, la bellezza nascosta di spettacoli orrendi che mostrava senza renderla artificiale. Volevo la sporcizia, il fango e la bramosia dei personaggi. Noir e neorealismo hanno molte cose in comune. Mi infastidisce sentire che l’horror e il noir sono generi offensivi, trovo più offensive quelle commedie romantiche che mentono affermando che tutto andrà bene, la società funziona e che ci si deve comportare bene” – ha rivelato Del Toro.
Veniamo al film. Ci sono due parti ben distinte, che però si somigliano: la prima ambientata nel mondo di una fiera, la seconda nell’alta società.
Del Toro ci catapulta nei bassifondi, come solo lui sa fare. Stan (Bradley Cooper) è un vagabondo che diventa un giostraio, in un luna park ambulante con il capo imbonitore Clem (Willem Dafoe). Lì ci sono anche il forzuto Bruno (Ron Perlman di “Hellboy”) e l’ingenua Molly (Rooney Mara), una ragazza traumatizzata che non sa nulla dell’amore, che ben presto diventa l’assistente/fidanzata di Stan. Quest’ultimo è un “angelo” abilissimo con poche parole ad ammaliare diverse persone, grazie ai metodi che ha imparato dalla chiaroveggente Zeena (Toni Collette), ingabbiata in un infelice relazione con il mentalista Pete (David Strathairn). Nel libro ad un certo punto Stan capisce che “rispondendo alle domande della gente, le conquisterai, nel corpo e nell’anima”. La fortuna gira dalla sua parte. Le sue abilità lo fanno diventare rinomato.
Ma nella sua mente scatta qualcosa. Come dice Stan nel libro, “mi approfitto della gente. Contano solo i soldi in questo maledetto manicomio chiamato mondo, nient’altro. Se li fai, sei tu a contare. Se non li fai, diventi l’uomo che fa la femmina quando i froci formano il trenino. Smetterò soltanto quando avrò munto quei citrulli fino all’ultimo centesimo, gli porterò via anche i denti d’oro”. Stan lentamente si trasforma in un’illusionista senza scrupoli, imbocca il “vicolo dell’incubo” (traduzione letterale del titolo) e si fa chiamare il “Grande Stanton”. Ed ecco che ritorna la domanda iniziale: “è un uomo o una bestia?” Del Toro ci mostra ancora una volta il lato perverso e seducente del sogno americano. Così Stan escogita di truffare un magnate dell’alta società di Chicago, Ezra (Richard Jenkins), per diventare ricco e completare la sua ascesa sociale. Mentre Molly ha dei forti timori ad andare avanti, Stan non ha dubbi ed è pronto a tutto pur di cambiare status. Per farlo, oltre alla leale Molly, ha bisogno della collaborazione della psichiatra Lilith Ritter (Cate Blanchett in versione diva alla Veronica Lake) per cui perde letteralmente la testa.
Ma attenzione perché nel mondo prima o poi trovi sempre qualcuno più furbo di te. In fondo la cosa migliore del film la dice Cate Blanchett: “se deludi le persone sbagliate, il mondo ti stritola molto molto in fretta”. La performance al botteghino americano è piuttosto fiacca (circa 40 milioni di dollari incassati di fronte a una spesa di 60), complice l’uscita in contemporanea con “Spiderman no way home” e l’impennata dei contagi per la variante Omicron. Il motivo di questo flop è dovuto al fatto che Del Toro parla di cose che la gente non vuole sentirsi dire. La pandemia ha acuito l’idea che al cinema si va per divertirsi, non per pensare. Tuttavia questo è l’ennesimo grande film di Del Toro che vuole rivelare al mondo la macchina da illusione che è la società di oggi. Guillermo prosegue a distruggere le maschere di apparenza, facendoci vedere dove si annida la realtà.
Cast da urlo: Bradley Cooper merita la nomination agli Oscar, Dafoe, Strathairn, Perlman e Collette sono garanzia di qualità.
Ammalianti, eleganti e sinuose Cate Blanchett e Rooney Mara, ancora una volta insieme dopo “Carol”. Entrambe meritano più di un elogio e sono i personaggi più belli del film. Quando ho letto il libro, il personaggio di Molly sembrava scritto su misura per Rooney Mara soprattutto a livello di fisionomia. Al resto ci pensano gli eccezionali costumi e il regista messicano che fa una versione molto fedele al romanzo di partenza, non rinunciando ai lati oscuri del libro di Gresham. Signori e signore questo “Nightmare Alley” è un signor romanzo e l’opera di Guillermo Del Toro è una trasposizione coi fiocchi. Martin Scorsese ha invitato la gente a vedere il film e ne ha ben d’onde. Sembra un mondo apparentemente lontano, ma è la società di oggi. Non solo quella americana, ma anche quella italiana. In questo gigantesco luna park per borghesi nessuno si diverte più. Il più furbo sopravanza gli altri, fino a che non trova uno più furbo e più scaltro di lui. Basta osservare e comprendere la gigantesca metafora.
Purtroppo l’uscita in tempi di pandemia non ha dato al film la giusta vetrina.




