titolo originale “Unforgiven”
(USA 1993)
Genere: Western – Drammatico
Regia: Clint EASTWOOD
Fotografia: Jack N. GREEN
Sceneggiatura: David WEBB PEOPLES
Cast: Clint EASTWOOD, Morgan FREEMAN,
Gene HACKMAN, Richard HARRIS
Musiche: Clint EASTWOOD e Lennie NIELHAUS
Budget: 14.4 milioni di dollari
VINCITORE DI 4 PREMI OSCAR 1993
Miglior FILM
Miglior REGIA – Clint EASTWOOD
Miglior MONTAGGIO
Miglior Attore non protagonista – Gene HACKMAN

CURIOSITA’
Il film è dedicato a Sergio Leone e Don Siegel. Il primo è il regista italiano da cui Eastwood ha imparato di più vista la partecipazione alla “Trilogia del dollaro”. Il secondo è l’autore di svariate pellicole con Eastwood attore come “Fuga da Alcatraz” e “Il cavaliere pallido”. Gli stivali indossati da Eastwood nel film sono gli stessi che calzava nella serie TV che lo ha reso famoso: “Rawhide”.
Nel 2010 i Baustelle (band pop-rock di Siena) dedicarono il brano omonimo con parecchi riferimenti a questo film.
LA SCENEGGIATURA
In circolazione a Hollywood per quasi 20 anni, tanto che già all’inizio degli anni ’80 Francis Ford Coppola tentò di farne un film, che propose a John Malkovich, il quale reputò l’offerta del ruolo di William Munny “non molto seria“. Eppure Frances Fisher definì come “una delle più perfette che avesse mai visto” la sceneggiatura originale di David Webb Peoples (già autore di Blade Runner e L’esercito delle 12 scimmie), che la scrisse negli anni ’70, influenzato – a suo dire – dal Taxi Driver di Martin Scorsese e dal romanzo “The Shootist” di Glendon Swarthout (diventato nel 1976 Il pistolero, ultimo film di John Wayne.
Acquistata da Clint Eastwood molti anni fa, il regista attese a lungo anche per il parere negativo ricevuto da uno dei suoi collaboratori che l’aveva letta. Qualcosa si mosse quando, a una festa David e sua moglie Janet Peoples incontrarono il regista e lei gli chiese se avrebbe mai realizzato il film. Vero o falso che fosse, questi le rispose che stava per annunciarlo, come fece, di fatto apportando minime modifiche al testo. La principale, la rimozione della voce narrante iniziale.
REMAKE
Esiste un remake giapponese intitolato Yurusarezaru mono. Un film diretto da Lee Sang-il del 2013 nel quale appare Ken Watanabe (Inception, L’ultimo samurai), ambientato all’inizio dell’era Meiji in Giappone, che venne proiettato fuori concorso e in anteprima mondiale durante la 70ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
LOCATION
La produzione approfittò del clima insolitamente secco per la zona di Calgary e dell’Alberta, in Canada, per approfittare di quelle ambientazioni (per quanto la neve che cade nella scena in cui William Munny si sta riprendendo dalle percosse fu totalmente inaspettata e imprevista). Ma le riprese, nell’estate del 1991, oltre a Brooks, dove fu costruita la fattoria di William Munny, e Drumheller, dove si trovava la fattoria di Ned Logan, si spostarono anche in California, dove il mulino a vento che appare sullo sfondo per gran parte del ancora pompa acqua alla Dow Wetlands Preserve ad Antioch e dove per gli ultimi quindici giorni si approfittò della Sierra Railroad nella contea di Tuolumne, a Sonora.
La città di Big Whiskey venne costruita a tempo di record dallo scenografo Henry Bumstead (già con Clint Eastwood in Lo straniero senza nome), che la progettò e costruì in due mesi nel villaggio di Longview. Una cittadina creata ad hoc, ma dall’atmosfera autentica, grazie anche alla scelta di non permettere ad alcun veicolo a motore di transitare sul set.
CAST
Per quanto fosse stato preso in considerazione anche Jeremy Irons per il ruolo di Bob l’inglese, la scelta ricadde su Richard Harris (Marco Aurelio ne “Il Gladiatore”), che pensò a uno scherzo quando Eastwood lo chiamò per ingaggiarlo visto che stava guardando in tv proprio Lo straniero senza nome.
Fu Morgan Freeman, invece, a contattare il regista perché lo scegliesse come Ned Logan dopo aver scoperto dell’esistenza del film da Kevin Costner durante le riprese del suo Robin Hood – Principe dei ladri.
Prima che la sceneggiatura arrivasse a Clint Eastwood, Gene Hackman aveva già rifiutato la parte di Munny in passato, salvo ripensarci quando il regista lo rassicurò sulla presenza della violenza nel film. L’attore era sinceramente preoccupato per la crescente violenza armata negli Stati Uniti e non voleva dare una immagine sbagliata o con la quale non fosse d’accordo. In merito, Eastwood disse solo di non aver pensato di realizzare un film contro la violenza ma di voler decostruire il mito del Vecchio West e mostrare una rappresentazione ingloriosa della morte. E di aver chiesto a Hackman di ispirarsi all’allora capo della polizia di Los Angeles, Daryl Gates, per il suo “Little Bill” Daggett.
RECENSIONE
Passa il tempo, ma film come “Gli Spietati “ di Clint Eastwood sanno sempre essere attuali, anche a distanza di oltre trent’anni. Il cinema si è evoluto ed è diventato via via più complesso nel raccontare le proprie storie e i propri personaggi, lasciando spesso un alone di incomprensibilità. Eastwood invece si fa portavoce di un cinema classico che a volte ci appare come remoto. La semplicità di trama e regia sono il principale strumento di richiamo al cinema americano classico, un modello che Eastwood è in grado di padroneggiare e soprattutto aggiornare ai tempi correnti.
Siamo davanti alla storia di Will Munny (Clint Eastwood), un criminale in pensione famoso per aver ucciso tante persone nella sua vita. Il suo è un viaggio di vendetta, ma anche di redenzione. Una redenzione che, all’inizio del film, sembra essersi compiuta solo a metà. Will si è sposato, ha figli e vive in una sperduta campagna, ma non sembra aver perso la voglia di uccidere.
L’amore per una donna lo ha reso un uomo vero, lo ha fatto cambiare. Una volta rimasto vedovo è diventato padre di due figli ed allevatore di maiali e galline, diventando di fatto un uomo rispettabile e per bene.
Ma presto dovrà fare i conti col passato che ritorna. Will e il suo amico Ned (Morgan Freeman) partiranno alla ricerca di due cowboy colpevoli di aver sfregiato una prostituta. La taglia che le “colleghe” della vittima hanno messo su due uomini fa ingolosire anche Will.
La difficoltà ad uccidere e il dolore (fisico e morale) che ne consegue rappresentano il vero centro di gravità dell’opera eastwoodiana. Emblematica, sotto questo aspetto, la sequenza della morte del primo cowboy. D’altronde Will e Ned non sono più quelli di una volta, Kid (Jaimz Woolvett) è mezzo cieco.
L’ennesima grande trovata ironica di Eastwood è quando si ritrova a sparare e si accorge di non avere più la mira di una volta. Come un uomo di sessant’anni che vuole leggere scritte piccole senza occhiali. Ognuno mente a sé stesso (tranne Will) sulle proprie capacità e sul proprio essere, fin quando non ci si trova davanti all’orrore della morte. Il muro di menzogne crolla definitivamente.
La menzogna è un tema secondario del film, ma non per questo meno importante. La letteratura ne è il principale veicolo di diffusione. Osservando lo sviluppo della trama nei 131 minuti di film, notiamo come la fama che precede un determinato pistolero sembri essere più importante del pistolero stesso. Non importa quanto ci sia di vero, basta che se ne parli. Almeno finchè non arriva qualcuno a smontare il castello di bugie. Fa scuola, a tal proposito, la sequenza in cui Little Bill (Gene Hackman) rivela la verità su Bob l’inglese (Richard Harris).
Gli Spietati è un film che si dimostra curato fin nei minimi particolari. Non può passare inosservata la grande attenzione che Eastwood pone nel contestualizzare la storia di Will, garantendo una forte immersività nel contesto western. Le scenografie (artificiali e naturali) unite alla presenza di case prefabbricate, indigeni e saloon, fanno sentire lo spettatore parte integrante del mondo western. A ciò si aggiunge anche la minuziosa attenzione alle battute dei personaggi, dove nessuno azzecca un congiuntivo, complice il basso livello di istruzione di quei tempi.
Naturalmente, le due figure più difficili da mantenere in questo delicato equilibrio sono quelle dei due protagonisti. Little Bill appartiene alla lunga schiera dei fuorilegge convertitisi all’ordine perché, come dice il Pat Garrett di Peckinpah: «questo paese sta invecchiando e io voglio invecchiare con lui». La sua filosofia è proprio questa: «Mi costruisco un bel portico, mi ci siedo la sera a fumare la pipa, a farmi il caffè e a guardare il tramonto». E anche alla fine, poco prima di essere finito da Munny che troneggia su di lui, ripete «Non me lo merito morire in questo modo. Sto costruendo una casa».
All’inizio, prima di leggere la sceneggiatura, Gene Hackman, che per principio ha deciso di non partecipare a film violenti, aveva rifiutato la parte. Ma, come dice Eastwood, si è trovato di fronte «non a un film violento, ma a un commento sulla violenza, sulla sua vera natura e sulle sue ripercussioni». E aggiunge: «Questa storia è indubbiamente molto attuale oggi, in questi tempi di recessione, dopo i moti di Los Angeles e la rimessa in discussione del sistema giudiziario». Ecco allora che l’uomo di legge Little Bill, che tiene lontana la violenza con la violenza e che sta costruendo una casa tutta traballante e sconnessa, si colora di sfumature ancora più inquietanti. Non sarà che Big Whiskey, dove tutti gli onesti cittadini, per quanto perplessi, stanno dietro a uno sceriffo sadico, e che tutto il grande paese, dove appena uno diventa onesto comincia a morire di fame, stanno a simboleggiare qualcos’altro? L’America del perbenismo, dell’ingiustizia sociale, della violenza censurata a parole e praticata in ogni rapporto interpersonale e sociale. Non credo sia una forzatura supporre che Eastwood, con la sua fotografia gelida del West, abbia implicitamente scattato anche un’istantanea dell’oggi. Di sicuro emette un giudizio morale, con il suo protagonista Will Munny.
Vuoi dire che l’America borghese è fatta dei peggiori ladri e assassini? O che il più sanguinario dei killer ha più senso della violenza e della morte, più cuore, dei pacifici cittadini? Forse entrambe le cose: certamente il personaggio di Munny è un impasto talmente bilanciato di autoironia e istintiva “cavalleria” da non poter non riflettere un profondo giudizio morale. Ma in fin dei conti, l’amoralità più profonda è quella espressa attraverso la costruzione stilistica del film: mai auto indulgente, mai una concessione all’entusiasmo, alla spettacolarità facile e neppure al moralismo facile. Qui si fa fatica a morire con una pallottola in corpo, si fa fatica a uccidere e si fa fatica ad allevare maiali. Qui non si lava la coscienza dell’America, ma si seminano dubbi.
La semplicità dietro Gli Spietati, quindi, è solo apparente. Dietro una vicenda di redenzione e riflessione si cela una grande attenzione alle tematiche secondarie, all’aspetto fotografico e alla contestualizzazione geografica e temporale del racconto. Lo stesso vale per la colonna sonora, minimale negli strumenti utilizzati ma azzeccata per caratterizzare al meglio i momenti più emotivi.
A distanza di tre decenni il film di Eastwood si dimostra ancora profondamente attuale sotto ogni aspetto, un pregio non scontato ma meritato. Quella patina di semplicità dettata da una regia minimale lascia spazio ad un’ottima introspezione dei personaggi e a scelte mai banali nello sviluppo della storia, nonostante sia fortemente ancorata alla matrice classica. Riguardando Gli Spietati possiamo dire che Eastwood, trent’anni fa, abbia realizzato un vero capolavoro, uno dei tanti.
Giù le mani da Clint.
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