(Italia 2012)
Genere: Drammatico
Regia: Matteo Garrone

Fotografia: Marco Onorato

Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Ugo Chiti, Maurizio Braucci, Luciano Roviello

Cast: Aniello Arena, Nunzia Schiano, Nando Paone
Budget: 7 milioni di euro

Reality Matteo Garrone cineforum san casciano

VINCITORE DEL GRAND PRIX SPECIALE DELLA GIURIA AL FESTIVAL DI CANNES 2012

LA VERA STORIA DIETRO IL FILM

Il film è ispirato alla vera storia dell’allora cognato di Garrone (il fratello della sua ex compagna), che nella realtà svolgeva la professione di pescivendolo e cercò di sfondare nel mondo dello spettacolo tramite il “Grande Fratello”.

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ANIELLO ARENA: CHI E’ IL PROTAGONISTA DEL FILM

Nato a Napoli nel 1968, è stato membro della Camorra di Barra, quartiere della periferia di Napoli, ed è stato condannato all’ergastolo per aver partecipato, l’8 gennaio 1991, alla strage di piazza Crocelle a Barra, venendo poi detenuto nel carcere di Volterra. Inizia a recitare con la Compagnia della Fortezza, una compagnia teatrale composta da detenuti diretti da Armando Punzo. Matteo Garrone l’avrebbe voluto per la realizzazione del film Gomorra, ma, non avendo ancora accesso ai permessi premio, ciò non gli fu concesso.

Dopo aver ottenuto il regime di semilibertà diventa attore professionista e debutta nel mondo del cinema come interprete del film Reality di Matteo Garrone, che gli vale una candidatura al David di Donatello per il miglior attore protagonista nel 2012. Nel 2013 pubblica un libro autobiografico dal titolo L’aria è ottima (quando riesce a passare), edito da Rizzoli e scritto assieme a Maria Cristina Olatimentre nel 2014 prende parte al documentario Sul vulcano. Nel 2016 recita in Fiore, con Valerio Mastandrea.

Nel 2018 torna in libertà dopo aver ricevuto la grazia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lo stesso anno recita in Dogman, sempre con la regia di Matteo Garrone, mentre nel 2019 appare in La paranza dei bambini, tratto dal romanzo di Roberto Saviano, e in Fiore gemello. Nel 2020 recita come protagonista nel film Ultras di Francesco Lettieri.

RECENSIONE                                                                                                                                                                                

Con Reality Matteo Garrone conferma di essere tra i più grandi registi italiani contemporanei.

E’ un cinema necessario perché depurato dalla retorica, ma che scava nel racconto per necessità di dover raccontare qualcosa. Reality è un Gomorra senza pistole.

Il film parte da sontuosa, esaltante panoramica barocca in piano-sequenza che finisce ad inquadrare l’arrivo di una carrozza con i cavalli per esaltare un matrimonio piuttosto kitsch. Sembra di essere in un film felliniano, ma piano piano ci ritroviamo in una sorta di incubo in cui veniamo immersi un po’ alla volta.

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Proprio nel mezzo tra mille maschere e mille volti, si trovano il pescivendolo Luciano (Aniello Arena) e la sua famiglia.

Questa camera che dall’alto scende verso il basso è emblema di una caduta. Quella di un uomo che per troppa televisione finisce per essere inglobato nella società dello spettacolo.

Il vero e il falso non si distinguono più.
Un mondo dove in ogni inquadratura convivono queste due anime. E’ difficile individuare l’uno o l’altro.

Ed ecco carrozze stile Versailles che sfilano per le strade come fuoriuscite da un museo delle cere; robot smerciati come copie regredite dei più potenti macchinari per cucina; fenomeni da baraccone riempiono piazze semicircolari come anfiteatri. Non mancano (aspiranti) divi della televisione e modelli di Botero e schiere di fedeli in processione che compiono strani riti.

Non c’è nessun avanzamento, si può solo restare a galla.

“Reality” non è un film sul Grande Fratello o sulla televisione, ma non è neppure “The Truman Show”.
Il Truman di Jim Carrey si ribellava al sistema comprendendo di esser stato vittima di un mondo finto e marcio, mentre Luciano si immerge in questa mediocrità. Anzi ci sta proprio bene.

E’ l’autodistruzione fatta uomo: un comune pescivendolo che saprebbe fare il suo mestiere, ma che finisce a ridursi a macchietta mediocre e vacua per essere amato dalla gente.

Come iniziava il film “Birdman” di Inarritu?
Con una riflessione citata da Raymond Carver: “E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? Sì. E cos’è che volevi? Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra”.

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Solo che Luciano sceglie la strada sbagliata: quella di un quotidiano corrotto e degradato. Viene assillato dalla famiglia a partecipare al reality, poi lascia il lavoro e diventa un “drogato teledipendente”.

Il contrasto tra il livello reale e quello immaginario viene restituito formalmente grazie all’uso continuo di lunghi piani-sequenza con musiche fiabesche di Alexandre Desplat. Gli stessi personaggi, per quanto grotteschi e fisicamente bizzarri nella prima parte, vengono poi delineati in maniera del tutto naturale nella seconda.

Luciano, dopo il provino a Cinecittà, intraprende un viaggio di sola andata sbandando pericolosamente e mostrando orgogliosamente un “Io” alternativo. Alla fine il mutamento è compiuto: finisce nella Casa del Grande Fratello solo, ridendo istericamente e la telecamera fluttua allontanandosi da un vuoto degradante, mostrando un uomo malato di egocentrismo.
L’inizio e la fine del film sono due inquadrature opposte: se la prima ci immerge nello squallore, la seconda invece si allontana.
Perché Luciano non è solo: è il declino culturale di tutta l’Italia.